UNDICESIMO QUINTETTO D’ARTE – DEL 15 GIUGNO 2020

Con il presente quintetto d’arte dall’Italia andiamo negli Stati Uniti. Le nostre indagini si stanno diffondendo nel mondo. Dopo il Giappone e l’Australia, ora ci sono gli USA, nei prossimi quintetti andremo a Malta e poi in Brasile. Come sempre dal male (in questo caso il Covid19) può nascere il bene, cioè questo “abbraccio” tra artisti di vari continenti. Pertanto per dovere di ospitalità è d’obbligo iniziare dalla statunitense Mokha Laget, nata tuttavia in Algeria, precisamente a Orano. Artista del Madì, tendenza di cui basilare è il colore, Mokha di tale prerogativa primaria ha sviluppato le diverse possibilità percettive. Con una geometria cromatica, per così dire, dato che il suo lessico si basa su zone di colore intenso, ella riesce a creare effetti percettivi di spazialità, profondità e plasticità, accorpando o giustapponendo le sue forme.

Da sottolineare la mobilità inventiva della sua arte, di cui qui ella propone tre esempi: uno spartiacque, in cui la sovrapposizione dell’elemento azzurro avanza spazialmente, mentre il gioco dei colori danno plasticità agli altri elementi, plasticità che nell’ottagono è ottenuta nei bordi, infine con i cinque pannelli di North Light crea una vera e propria “architettura cromatica”. Quest’ultima delle tre opere è senza dubbio la più complessa e articolata. Infatti, oltre agli insiti visivi effetti spaziali, essa è una sinfonia di luci cromatiche, sinfonia orchestrata da calcolati sviluppi delle geometrie con la consueta purezza esecutiva dell’artista. Ed è ciò che fa distinguere Mokha Laget nell’ambito dal panorama internazionale della pittura Madì.

Esatto rovescio della medaglia potrebbero essere considerate le opere di Barbara Giacopello. Infatti la pittura di questa artista romana privilegia le composizioni di segni sintetici di evidente eco gestuale. Pertanto ogni sua opera si presenta come una sorta di araldica pitto-grafica per lo più a due colori, con preferenza per il nero e rosso, preferenza che di recente in You and Me ha ritoccato con cangiantismi in azzurro del nero. Ogni opera di Barbara ha una propria insita dinamicità, cosa che fa mutare la sua “stenografia” pittorica, ora in una sorta di insetto scheletrito, ora in una pregna forma ovale, allusiva della gravidanza, ed ora in due circolarità collegate tra loro, certo per suggerire la perdizione amorosa.

A ben vedere anche il salentino Salvatore Sava presenta propensioni per il segno, le quali, trattandosi di uno specifico espressivo fisico qual è la scultura, sono affidate per lo più al filo di ferro, in modo da creare ramificazioni varie, in quanto la sua ispirazione di base è la natura agricola. Infatti Salvatore è alquanto attivo nell’ambito della produzione orto-agricola ed è ad essa che attingono le sue ramificazioni in fil di ferro, i blocchetti di marmo rettangolari e circolari delle sue complesse opere plastiche, che simboleggiano, foglie, rovi, alberi di frutta (Metamorfosi mediterranee, 2013), o le malattie botaniche che insidiano la rigogliosa energia della natura, com’è nella suggestiva installazione ambientale Aleurotidi (2016), in cui appunto lo splendore dei verdi viene insidiato dagli sciami di questi fitofagi, che suggono linfa dalle foglie degli agrumi, le quali finiscono col ricoprirsi di fumaggine.

Essendo così sensibile alla natura vegetale, Sava non poteva non sentire la drammaticità della pandemia dovuta al Covid19. Dovendo restare a casa, come tutti, ha voluto tuttavia rappresentare questo flagello, utilizzando ciò che aveva a sua portata, un lavandino, che senza volere, è divenuto un contraltare dell’orinatoio duchampiano. Il pus verdognolo che riempie l’invaso e da cui si ergono rettangolini su ritti fil di ferro, in contrapposizione con le gocce che sono sul muro, simboleggia la malattia anche nel colore.

La poliedrica “archittetrice” romagnola Marisa Zattini, al tempo del Coronavirus ha dedicato tutt’e tre le opere qui proposte. Ella è artista, pittrice, promotrice di artisti come curatrice di mostre, editrice e direttrice della elegante e bella rivista “Graphíe”, art director della galleria Il Vicolo di Cesena, poetessa. Il suo lavoro in genere si svolge per cicli di diverso tema e interesse, anche sociologico e non solo (memorabile la mostra sugli ex voto da lei curata nel 2018). Anche lei ha particolare attenzione per il segno, tanto da corredare antichi documenti scritti con “di-segni”, intrisi di agricoltura, sia disegnata che reale, com’è nella mostra duplice, con catalogo double face “Agricoltura Celeste” (2017).

Il suo linguaggio è sempre composito, per cui se in “Agricoltura Celeste” ai di-segni a grafite sono accoppiati elementi naturali veri, in questa sorta di trittico sul Coronavirus è la fotografia, sempre ben definita e attraente, che si combina con parole, poesie visive e immagini di riferimento simbolico al periodo della pandemia, come sono le pantofole per l’obbligo di stare a casa. Secondo Marisa quest’obbligo ha arricchito i rapporti tra persone per “condivisione” ed ha anche reso più consapevole il nostro “esserci”, facendoci scoprire l’utilità dell’inutile. Come dire che dal male può sempre nascere il bene.

Dulcis in fundo, Marcello Diotallevi ci trasporta in un altro mondo, quello della Poesia Visiva, di cui si proclama adepto da molti anni, come lo è della Mail art. Il lettering ha per lui un significato profondo, come lo ebbe per l‘ammirato boemo Jiří Kolář, che foderava gli oggetti con scrittura a stampa. Del resto l’estro di Diotallevi si esplica attraverso e per mezzo delle lettere dell’alfabeto, che egli nel passato ha fatto volare con i suoi aquiloni. Pertanto, prendendo alla lettera l’incipit del Vangelo di Giovanni “In principio era il Verbo”, Marcello ruba a Michelangelo la scena della creazione di Adamo e cosparge di lettere dell’alfabeto Dio, identificandolo così nel Verbo.

Ma, come si addice ad un cittadino dell’isola che non c’è, egli riesce a passare facilmente dal sacro al profano. Ed ecco allora che dalla sua mostra della primavera del 2019 Lettere da Citera, ne estrae una, in cui da una “parete di caratteri dattiloscritti” emerge la figura di una donna che si masturba e ce la invia. Le sue intrusioni sono sempre significative. Così è per il pallone di calcio nella scena di danza tribale, pallone certamente rimbalzato lì dalla idiosincrasia per il calcio di Marcello, il quale identifica questi danzatori nella squadra Papua Nuova Guinea, di cui si professa tifoso, soprattutto in quanto essi sono cannibali e si mangiano i componenti delle squadre che perdono. La obbligata sospensione delle partite ha certo fatto patire la fame alla sua squadra e di ciò Diotallevi si dispiace. Da un cittadino dell’isola che non c’è che altro ci si poteva attendere?

Giorgio Di Genova

ARTISTI IN MOSTRA

MARCELLO DIOTALLEVI

BARBARA GIACOPELLO

MOKHA LAGET

SALVATORE SAVA

MARISA ZATTINI