TERZO QUINTETTO D’ARTE – DEL 20 APRILE 2020

Dal 1912, in seguito alla pubblicazione del Manifesto tecnico della scultura futurista di Boccioni, nel quale l’autore asseriva che si potesse realizzare una scultura con venti materiali differenti, la scultura e la pittura sono divenute onnivore. Pochi mesi dopo la diffusione del manifesto infatti, Braque inserì un papier collè in un suo dipinto, seguito da Picasso che vi inserì un collage, mentre Gris lo fece con un pezzo di specchio.

In scultura, comunque, nasceva l’assemblage, ma anche la scultura in ferro, in cemento ed in altri materiali, mentre Archipenko, sempre su un’indicazione di Boccioni, iniziò a dipingere le sue sculture. Questo tuttavia fu un ritorno al passato, perché le sculture nell’antica Grecia e antica Roma erano dipinte, se poi quelle in marmo non lo furono più, fu per una topica di Winckelmann. Quindi non ci si stupisca per la diversità dei materiali che usano gli artisti in quest’occasione proposti. Anzi, proprio per evidenziare la vigente dialettica, sia espressiva che tecnica, ho deciso di mettere insieme le sculture in vetro della giapponese Izumi Oki, quelle in legno dipinto di Renzo Eusebi – materiale che utilizza anche nei suoi quadri creando originali bassorilievi – e le opere rivestite di carta del siciliano Giovanni Leto; mentre per quanto attiene alla pittura, alle opere della torinese, (ma romana di adozione, ancorché passi molti mesi a Parigi col marito Giorgio Treves) Renata Rampazzi ho voluto accostare quelle di tecnica mista del frascatano Angelo Liberati, da molti anni residente a Cagliari.

L’informale è stato, a mio avviso, la più grande rivoluzione linguistica della pittura del secolo scorso, al punto che giustamente venne definito art autre dal critico Michel Tapié. Tra le tanti e diverse declinazioni di esso, la Rampazzi ne ha adottata una esecutivamente fluente in opere scandite monocraticamente, che modulano le tonalità con non infrequenti rimandi al carnale, e quindi allusivamente sensuali. Liberati, grande ammiratore di Vespignani, non s’è mai allontanato dalla pittura iconica, ma ne ha varcato i limiti con le aggiunte di scritture, di inserti (a mo’ di Poesia Visiva) di manifesti e collage di giornali quotidiani, per meglio restituire la molteplicità degli aspetti della realtà contemporanea, in cui esistenza individuale e cronaca collettiva convivono inscindibilmente.

Il giornale, anzi i giornali, da Leto vengono invece arrotolati a formare una sorta di salsicciotti, che accorpati creano opere straordinariamente particolari nell’arte odierna. Nel passato con questa tecnica e per molti anni, accorpando una sull’altra strisce di questi salsicciotti di carta (talvolta mista a stoffa, mimando le stratificazioni geologiche) ha prodotto allusive vedute che – presentando la sua antologica di Monreale – ebbi modo di definire “paesaggi dell’altrove” per il loro evidente orizzonte marcato, dalla stesura monocroma della parte superiore della tela. In seguito i salsicciotti si sono accorpati per farsi enormi libri, oggetti vari, fino a suggerire evocative fratture. E ciò ha preparato il terreno per le opere attuali, in cui i salsicciotti s’accorpano radialmente intorno ad un buco nero, oppure vengono sagomati per “vestire” una testa ed un busto, o per arrotolarsi su se stessi come coperte, o bauletti che, sospesi in aria, alludono al tempo che passa, concretamente trattenuto dai testi dei giornali.

Siamo agli antipodi del purismo geometrico di Eusebi il quale, dopo le personali rivisitazioni dell’informale intriso di indumenti alla Burri, e buchi alla Fontana (poi sfociate nel denso materismo monocromatico, a sua volta sfociato nel gestualismo di opere a più scomparti) è attualmente giunto a queste tavole sovrapposte per formare composizioni pulite e illuminate bene da stesure monocrome dei tre colori primari, in un sottile connubio di concretismo, suprematismo e neometafisica, che tuttavia Mondrian avrebbe scomunicato per via delle continue trasgressioni all’ortogonalità delle composizioni.

Anche Renzo Eusebi, nella recente esposizione tenuta in un museo di Rio de Janeiro, ha appeso al soffitto alcune di queste composizioni, accompagnate da sue sculture anche di grandi misure, ottenendo un tale successo che gli hanno proposto di fare una mostra di sole grandi sculture nel prossimo anno.

Dulcis in fundo, ad arricchire questo quintetto, sono senza alcun dubbio le sculture in vetro di Izumi Oki. Con una pazienza e precisione esecutiva, che solo gli scultori giapponesi hanno, come ho imparato nei lunghi periodi passati a lavorare a Pietrasanta dal 1977 in poi, la Oki assembla vetri per ottenere sculture avvitate su se stesse, edifica cattedrali e invade gli ambienti con installazioni serpentine anche di molti metri.

Ogni sua opera crea una nuova fruizione dell’atmosfera, della luce e dello spazio. Ogni opera si carica di una visione vibratile unica, alla cui base c’è costantemente una ratio geometrica assommativa di elementi iterati che creano un insieme compatto, pertanto opposta a quella di Eusebi, che distingue sempre gli elementi. La “cattedrale” qui proposta è un vero gioiello plastico che, nonostante le sue insite trasparenze, giunge a una tattile consistenza oggettiva che assorbe lo spazio, restituendone una immagine come fatta di luce. Comunque la sua scultura, non solo per tali proprietà, s’impone nel panorama odierno come unica e sotto ogni aspetto sorprendente.

Giorgio Di Genova  

ARTISTI IN MOSTRA

RENZO EUSEBI

GIOVANNI LETO

ANGELO LIBERATI

IZUMI ŌKI

RENATA RAMPAZZI