SETTIMO QUINTETTO D’ARTE – DEL 18 MAGGIO 2020

Il presente quintetto s’è venuto a costituire in modi complicati per la defezione di un paio di artisti, uno di Roma, che non ha mai risposto alla mia proposta d’inserimento, l’altro di Mantova, che è preda di una crisi generata dal perfido coronavirus. Pertanto ben due, questa volta, sono gli scultori e tre donne, di cui appunto una scultrice. Ovviamente lo scultore è Claudio Capotondi, che da molti anni, dopo un periodo passato a New York, vive a Pietrasanta, importante centro internazionale di scultura. Claudio è stato uno dei magnifici 12 artisti del collettivo autogestito di via Margutta Il Girasole (1965-1968)[1], di cui io ero il critico. Ed infatti nel marzo 1965 ebbe il suo battesimo espositivo con un mio testo di presentazione, che ho riproposto nel 2018 nella prima raccolta dei miei scritti[2].

In quell’occasione esponeva xilografie e sculture in terracotta. Se poi ho curato delle mostre di scultura a Pietrasanta, lo devo a lui, che negli anni Settanta mi invitò a incontrare gli scultori ed artigiani locali. Il marmo bianco di Carrara, utilizzato anche da Michelangelo, è stato il materiale prediletto di Claudio, come sta a testimoniare il periodo relativo alla “nascita” della sfera e dei conseguenti sferosnodi. Se si eccettuano, per ovvie ragioni, Portaroma, sistemata a lato della A1, ed altre opere monumentali (che possono essere considerate una derivazione della sfera per sottrazione della rotondità delle parti anteriore e posteriore), la sfera ricorre anche in diverse altre opere, come la fontana di Viterbo in peperino e granito, che ebbi l’onore d’inaugurare nel 1992.

A Pietrasanta lavora anche Isabella Nurigiani, la quale, tuttavia, ama combinare vari marmi in un’unica opera, ma anche con il marmo bianco di Carrara ha realizzato molti lavori, tra cui Non mi è venuto in mente niente. Mica l’ho ancora finita, 2009; Bracciale, 2011; Uovo sodo… preistorico, 2012.

La sua scultura è un continuo dialogo con lo spazio, nell’ambito del quale articola le sue forme nei modi più variati (dalle serpentine, agli avvolgimenti ed agli abbracci), nei quali spesso è il vuoto ad essere evidenziato. Altrettanto fa nella scultura in metallo, che si dipana sia in disegni nello spazio in filo di ferro, nonché in fasce, che talora si avvolgono in esuberanti verticalità (Il seme della libertà, 2003), sia in doublure o in liberi contorcimenti di grande creatività, talora con riemersioni della geometria e talaltra della natura. Tutto il suo discorso plastico è insieme una sfida alla stabilità e alla finitezza, in virtù della serrata ricerca di nuove dimensioni al di là della consuetudine che, in un caso, com’è negli strati di piombo di Oro blu, si affida ad un ondeggiare da mare mosso.

La varietà dei materiali utilizzati è una caratteristica anche di Mario Bendetti, il quale si esprime in pittura, scultura ed in calcografia. La geometria in lui è sempre presente, ora più manifestamente ed ora in filigrana, sia nella pittura che nella scultura, certo per la metabolizzazione attuata nel ciclo, con la fitta pioggia di quadri degli anni Settanta (Non c’è più spazio). Essendo un appassionato e grande esperto di calcografia, come stanno a testimoniare le sue tirature ed una sua pregevole pubblicazione[3] credo che proprio per l’assidua pratica della calcografia (nel cui ambito da anni realizza acqueforti di grande formato) sovente non riesce a dimenticare le nere atmosfere delle inchiostrature, per cui non di rado la sua pittura ne è invasa.

Se qualche concessione all’Informale mostrano i dipinti di Benedetti, più manifestamente col lessico dell’art autre, si esprime la napoletana Maria Luisa Casertano per restituire la sua esuberanza vitalistica. Per lei il colore è fondamentale e, stendendolo (stavo per scrivere: schiacciandolo) con la spatola sulla tela, ella crea composizioni di zone cromatica, ispirate alla musica, a dar retta ai titoli. Quel che è certo è che Maria Luisa lavora tenendo sempre presente certe ritmiche di aggregazione e giustapposizione delle taches cromatiche, che variano secondo il suo umore del momento; pertanto alle composizioni più sommessamente liriche, si possono contrappore composizioni più gridate e cromaticamente, per così dire, più scontrose.

Con Monica Melani entriamo in un’altra dimensione pittorica, quella del metodo operativo MelAjna da lei inventato e che consiste nel far gocciolare colore su un foglio bagnato e captarne i cangiantismi morfologici, guidati da energie emanate da lei o da altri di fronte a lei. Monica è una sorta di sciamano dell’arte, che riesce a trarre forme simboliche da tale particolarissima tecnica messa a punto in oltre 30 anni di lavoro con l’ausilio della quantistica. Ispiratissima quando scrive, ella dà voce alla sua Anima, ovvero al suo cuore che, per dirla con lei, “è sede del Graal, unione del Divino maschile e femminile”, per cui ella trae le sue opere dal mondo vibratorio dell’acqua, in cui “le immagini sono ancora onde frequenziali non percepibili con gli occhi fisici, ma con il sentire del cuore”, dato che ciascuno di noi è per l’80 % acqua. Ovviamente le immagini che ella intravvede le estrae con i suoi ispirati e visionari ritocchi. Ed in ciò la sua pittura è davvero unica.

[1] Gli altri erano i plus âgés Giovanni Checchi, fratello dell’attore Andrea, e Valeriano Ciai, i nati negli anni Trenta Marina Amadio, Marilù Eustachio, Vincenzo Gaetaniello, Gino Guida, Paolo Guiotto, Luca M. Patella, Franco Sarnari, Roberto Vaiano ed il più giovane Salvatore Provino.

[2] Cfr. Interventi ed erratiche esplorazioni sull’arte. La dialettica del mestiere di un critico, uno, Gangemi, Roma, pp.180-181.

[3] Mi riferisco al volume che tutti gli incisori, e non solo, dovrebbero possedere, M. Benedetti, L’arte della calcografia. Storia, tecniche, ricerche, Edizioni Mudima, Milano 2011.

Giorgio Di Genova

 

ARTISTI IN MOSTRA

 MARIO BENEDETTI

CLAUDIO CAPOTONDI

MARIA LUISA CASERTANO

MONICA MELANI

ISABELLA NURIGIANI