SESTO QUINTETTO D’ARTE – DELL’11 MAGGIO 2020

Nel presente quintetto l’unico artista che si esprime con il pennello è il barese Nino Perrone. Infatti il suo discorso, che s’ispira sempre alla natura, si è evoluto nel modo di dipingere le sue scene che, con gli anni, è passato da vedute verosimiglianti a privilegiare – passando per stesure pittoriche a taches cromatiche – svirgolature in cui sono condensati divisionismo ed Informale, nella fattispecie il segnismo ed il gestualismo di quest’ultimo. Ciò gli ha permesso di restituire l’assetto delle vedute paesistiche a “mosaico” pittorico, nonché, in seguito, morfologie naturali quali marosi o rami in fiore, con una dinamica corsività delle stesure originalissima.

Anche il lucano Francesco Varlotta ha cominciato con la pittura, ma presto è voluto andare oltre il pennello, con esperienze di inserimenti su tavola di pagine di elenchi telefonici, di cartoni, tele tese da corde, legni dipinti (ripresi poi in lignei libri d’artista) e altre prove au-delà de la peinture. Dopo queste esperienze para-neodadaiste, tornato alla pittura, il suo linguaggio ha avuto tutt’altre finalità, per lo più simboliche, spesso espresse con ritmiche morfologie, talora soggette alla coazione a ripetere, tra iconismo e aniconismo, rese in stesure compatte. Il vocabolario di Varlotta è molto vasto e vario, ora con sostrati geometrici, ora con allusioni di scrittura cufica ed ora con morfemi di pura invenzione, non senza inclinazioni verso riferimenti, anche derisori, nei confronti del proditorio virus coronato.

Vittorio Fava, dopo aver praticato la pittura, è giunto al più sfrenato assemblagismo di carte antiche, reperti, anche marmorei, bottoni, perle con i più diversi oggetti, oscillando dal macroformato – come il libro su Roma che solo lui riesce ad aprire – al micorformato dei libri d’artista, anche di pochi millimetri. Gli esempi qui proposti rendono una pallida idea della sua esuberante produzione, raccolta in due-tre grandi ambienti dislocati in diversi edifici di Poggio Nativo. Da accanito frequentatore dei mercati delle pulci di ogni dove, in cui raccoglie i più disparati oggetti, fogli scritti dei secoli passati, volumi eccetera, Vittorio agglomera ogni elemento riconvertendolo in opera personalissima.

Pure Franco Cenci è a suo modo un aggregatore, ma di sue foto (anche di amici, delle figlie Matilde e Anita), collages, tra cui gli animali realizzati in cartoncino, ceramiche, stoffe cucite ed altri elementi da lui stesso prodotti, affinché tornino utili ai suoi racconti. Infatti le sue opere sono spesso racconti di memorie, di situazioni e/o di personaggi, anche riferiti al suo cognome, al calcio, agli artisti e quant’altro lo ispira. Se nel passato ha dedicato un’esposizione a Milano alle squadre dell’Inter e Milan – dopo aver ricostruito in un’esposizione la vicenda di Beatrice Cenci – in questa occasione ha proposto della sua esposizione su Pino Pascali, un pannello praticabile, elemento che ricorre come un leit motiv in altri lavori.

Last but not least, Eugenia Serafini contribuisce ad arricchire la dialettica di queste produzioni di particolari linguaggi. Ha realizzato performances invasive, quale il celeste carpet srotolato sulla scalinata del romano Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, o sorprendenti, quale i due accostati pannelli sulle donne, con sottintesa rivendicazione del Femminile. Essendo anche scrittrice e poetessa, piuttosto estrosa (e, a mo’ di personale poetica, con versi si presenta in quest’occasione), Eugenia considera i fogli di alluminio come fossero di carta ed infatti li dipinge e li ritaglia per ricavarne cavalli, creste di anemometri allusivi di Cavalieri antichi, oppure volatili che poi fa volare in apposite installazioni, quale quella delle gabbianelle qui riproposta.

Giorgio Di Genova

 ARTISTI IN MOSTRA

 FRANCO CENCI

 VITTORIO FAVA

 NINO PERRONE

 EUGENIA SERAFINI

 FRANCESCO VARLOTTA