Quinto Quintetto d’Arte del 4 maggio 2020

QUINTO QUINTETTO D’ARTE – DEL 4 MAGGIO 2020

La dialettica di questo quintetto è data dalle diverse declinazioni sia del segnismo di Gianluca Murasecchi e di Paolo Viterbini, nonché dalle soluzioni inedite di superficie di Vittorio Guarnieri, sia dello spazio e del colore nell’uso che ne fanno Franco Paletta, Viterbini e soprattutto Piergiorgio Zangara.

Se l’ontogenesi del segnismo di Murasecchi va individuata ovviamente nella sua pratica di incisione, pratica che egli dalla lastra ha trasferito genialmente anche su oggetti tridimensionali, vestendoli appunto di incisioni, come ha pure fatto nella pittura in modi alquanto intricati con l’olio Xenia, opera in cui ha inteso fare un riferimento al presente momento in cui il mondo è irretito dal perfido coronavirus; l’ontogenesi del pittografico alfabeto morse di Viterbini è stato senza dubbio a lui ispirato dalle visioni aeree (specialmente notturne) di capitali estere, che egli ha introiettato negli atterraggi durante gli anni in cui lavorava per una compagnia aerea. Le numerose visite ai musei d’arte contemporanea, ovviamente, hanno contribuito a lasciare un segno, tanto che in passato ho pensato che il suo microsegnismo, con cui egli ci restituisce le topografie di zone metropolitane, qualcosa deve oltre al pointillisme, alla “scrittura” pittorica di Mark Tobey.

Diversa è l’ottica di Guarnieri, il quale sin dagli anni Sessanta-Settanta (e mi riferisco al ciclo delle opere dedicate a Klee) ha optato per una modulazione delle superfici in direzione di ricerche di “valori luministico-posizionali”, espressamente dichiarati in titoli di alcune opere monocromatiche in bianco, nero e nei tre colori primari del ciclo dedicato a Klee. Abbandonata la tela, Vittorio ha trasferito queste sue ricerche sulla superficie del polietere, che appare così come pettinato da un aratro, che ora procede per tratti orizzontali sovrapposti ed ora ad andamenti angolari che si contrappongono nelle due metà contrapposte. Ed è, con queste opere aniconiche da lui tuttavia definite Metamorfosi figurative, che egli propone un aspetto del suo lavoro, il quale avrebbe senza dubbio reso più evidente e restituito meglio la sua identità di indagatore degli effetti di superficie con almeno un’opera del citato periodo precedente.

Il colore, invece, è una componente del lavoro dei due restanti artisti. Paletta lo ha esaltato anche nella pittura, poi sempre più abbandonata per la scultura. Scultura in metallo, com’era logico per uno che appunto nella pittura aveva metallizzato le immagini con esiti, come si può vedere nel dipinto qui proposto, ben oltre a quelli del conterraneo Aldo Turchiaro, a cui certo si era ispirato. Lo spazio è stato comunque un altro aspetto centrale nell’arte di Paletta. E ciò, dopo averlo portato a creare installazioni spaziali, gli ha suggerito di captarlo in modi tutto sommato più concreti nella serie dei Corpi vuoti, realizzati con nastri di acciaio che s’intrecciavano nello spazio, appunto evidenziando i vuoti dal “disegno”, fatto attraverso le modulazioni dagli stessi nastri. Ma ecco, che presto il colore ha rivendicato i suoi diritti (e stavo per scrivere spazi), per cui i nastri, debitamente verniciati, si sono arricchiti di preziose cangianti cromie. Ma, come spesso accade, anche gli artisti talora ritornano sui loro trascorsi. Ed infatti Franco nel suo Corpo rosso ha avvolto i vuoti con un nastro di plexiglas, riprendendo, ma in modo tridimensionale, l’esperienza che aveva fatto in precedenza con i cartoni monocromi ripiegati su sé stessi, sulla scia di Cesare Berlingieri, altro conterraneo, a ulteriore conferma che l’arte nasce dall’arte.

Anche le opere di Zangara vengono esaltate dal colore, anzi dai colori. Ma egli nelle sue opere passate, cercava di restituire trasparenza alle tonalità, com’è nell’opera del 1989 qui presente. Poi, una volta approdato al Movimento Madì, la trasparenza l’ha reificata nella tridimensionalità delle opere in plexiglas (e legno), costruite secondo i dettami del Madì che, fondato nel 1946 da Arden Quin in Argentina, in opposizione allo Spazialismo di Lucio Fontana, propugnava opere d’arte “oltre la cornice”, cioè di una geometria extra-euclidea, che si estese anche nelle pubblicazioni del Madì, nome scaturito dalle prime sillabe di Materialismo Dialettico, il cui movimento fu introdotto in Italia negli anni Ottanta da Salvador Presta. E la dialettica dei materiali, oltre la complanarità, il non realismo e la “invención”, Zangara ha sempre seguito, come attestano le due opere Madì qui presenti.

Giorgio Di Genova

  ARTISTI IN MOSTRA

 VITTORIO GUARNIERI

 GIANLUCA MURASECCHI

 FRANCO PALETTA

 PAOLO VITERBINI

 PIERGIORGIO ZANGARA