Quarto Quintetto d’arte del 27 aprile 2020

QUARTO QUINTETTO D’ARTE – DEL 27 APRILE 2020

 

In questo quintetto ho voluto mettere assieme, un pittore inglese, Paul Critchley, uno scultore giapponese, Yoshin Ogata, due artisti piemontesi, uno della generazione anni Trenta, Mario Surbone, uno della generazione anni Quaranta, Sergio Floriani, ed un’artista romana, Maria Camilla Pallavicini, come gli altri di grande originalità linguistica.

Tra essi l’unico artista che appartiene al linguaggio iconico è Critchley, ma con un’innovazione personalissima. Infatti egli, per dare maggior evidenza spaziale alle sue scene dagli anni Settanta, è ricorso a formati sagomati, sempre dettati dalle esigenze delle sue rappresentazioni, sempre molto accurate e verosimiglianti. In tal modo la verosimiglianza visiva si sposa alla verosimiglianza spaziale, che in un caso può farci visivamente “entrare” nel curvo interno di un’auto, altre volte ci introduce in una installazione ispirata ad interno, costruito con una proliferazione di elementi separati come fossero dei puzzles ancora da completare, invitandoci (sempre visivamente) a farlo noi mettendo nei posti giusti i pezzi mancanti, come fossero caduti sul pavimento. In altre occasioni l’invito è ad intervenire direttamente per modificare l’opera, magari chiudendo una porta, che essendo aperta lascia vedere un lungo corridoio al fondo del quale c’è un nudo maschile poggiato alla parete, com’è nell’opera che si riferisce alla cacciata dei nostri biblici progenitori, che viene allusivamente richiamata da Eva che attraverso una finestra da fuori, porge una foglia di fico al suo compagno, il quale ha già consumato (come attesta la mela smozzicata in terra accanto alla porta) il cosiddetto peccato originale che – come ho avuto modo di spiegare in occasione della mostra Splash, un tuffo nell’Eros – non riguarda il rapporto genitale, bensì la scoperta dell’erotismo, avvenuta per aver consumato un rapporto extra moenia della finalità procreativa.

Anche Surbone ama utilizzare la sagomatura, ma su tutt’altro versante, nella fattispecie quello aniconico. Egli, sin dagli anni Sessanta nelle opere in legno, utilizza la sagomatura coniugandolo con la geometria, che non è un’esigenza effimera se in seguito lo ha portato alla serie degli Incisi, realizzati su cartoncini monocromi. Invitato da Luigi Lambertini nel 1973, li espose a Roma nella mostra Quattro proposte per una collettiva a selezione, sulla struttura della quale mi sono soffermato nel secondo volume di raccolta dei miei testi Interventi ed erratiche esplorazioni sull’arte (Gangemi, Roma 2019).

Il purismo sia esecutivo che ritmico della stagione degli incisi, che sfruttava il gioco della luce sulle superfici mosse, tuttavia in seguito è stato superato dal recupero molto variato delle opere sagomate in legno, come attesta Tre luci del 2012 qui proposta, appunto senza perdere il rapporto con la luce e, in sottinteso, con la geometria. Volendo, nelle morfologie di Surbone, si possono ritrovare echi dell’Informale, come pure è per il lavoro di Floriani, almeno da quando è approdato alla declinazione del tema dell’impronta, la sua impronta digitale. Ad essa è giunto dopo l’importante stagione della permanenza nel gruppo della Narciso arte, da me costituito agli inizi degli anni Ottanta, in cui Sergio, dopo aver utilizzato la doublure in positivo e negativo, in vedute in bianco e nero del lago d’Orta, (anche giocate sull’enantiomorfismo a scavo e aggetto delle superfici) è approdato a opere basate sul rispecchiamento e sui 7 colori dell’iride, poi sfociate in opere-simbolo dello stagno di Narciso, sostanzialmente monocromatiche. Il tema dell’impronta digitale, che ebbi a definire come “digito, ergo sum”, non lo ha più abbandonato, variandone gli esiti in opere bidimensionali e tridimensionali, come le tre che qui propone, stanno a testimoniare. Lo spazio è sempre stato un aspetto fondamentale del suo discorso, ora dilatato in superficie ed ora con opere addirittura architettoniche, come la porta con l’impronta digitale sulle due ante semiaperte. Su uno spazio piano emerge in bassorilievo lo spessore dell’impronta digitale in stagno, che fa parte di una serie di simili soluzioni, in cui essa diviene protagonista assoluta, in modo molto più evidenziato che nel monocromo rosso, che riprende soluzioni già adottate in cicli precedenti a quello dell’impronta.

Molto diversa è la declinazione dell’Informale di Maria Camilla Pallavicini, la quale giovanissima nella Scuola del Vedere, s’è addestrata a cogliere velocemente per accenni l’essenziale di una modella, modalità che in seguito le è tornata utile per cogliere i suoi stati d’animo e il suo sentire., appunto usufruendo dell’Informale. Ė così che, affidandosi ad una grafia (e stavo per scrivere ad un alfabeto), appunto segnica e nel contempo gestuale, ha creato una sorta di diario, in cui sono restituiti i momenti gioiosi e quelli meno gioiosi. In molte pagine di questo suo diario, dal tessuto capillare dei segni, riemergono tramite le cromie differenziate morfologie più o meno geometriche. Del resto, l’afflato geometrico è sempre presente in filigrana nel fare di Maria Camilla, come anche quando ricompatta le sue pennellate in stesure a bande, com’è nell’opera più recente qui proposta. L’assunto geometrico è stato addirittura esaltato nella Parusia, stellato ambiente realizzato per il Natale del 2017, su invito del parroco, in S. Maria in Montesanto di Piazza del Popolo, nota a Roma come Chiesa degli Artisti. In esso, ciascuna stella risplende per la ricchezza delle variazioni della “scrittura” pittorica che le sostanzia.

All’acqua, invece, s’ispira Yoshin Ogata per la sua produzione scultorea. Nella fattispecie all’acqua come simbolo del ciclo vitale, che inizia con la goccia, simbolo di nascita, che cadendo crea corsi (vita) fino a quando non evapora per tornare in cielo e ridare vita ad altre gocce. Agli inizi degli anni Ottanta il Ciclo della vita, forse ispirato inconsciamente dalla nascita del figlio, era già ben delineato nelle varie rappresentazioni, sia di gocce opposte che si incontrano, di gocce appese ad un filo invisibile che danno vita a corsi d’acqua, nonché ad altre varianti, sempre realizzate con la raffinatezza esecutiva tipica degli scultori giapponesi.

In tali “racconti” plastici Ogata utilizza vari materiali che vanno dal bianco marmo statuario di Carrara, al nero del Belgio ed altri materiali, tra cui il marmo rosa del Portogallo, i marmi grigi francesi, il travertino rosso persiano, con cui realizza le più diverse soluzioni, sia in verticale che in orizzontale, talora con un foro circondato da più circoli concentrici, per suggerire ciò che accade sulla superficie di uno specchio d’acqua allorché una goccia vi cade dall’alto. Ovviamente uno scultore dell’acqua come Ogata non poteva non essere chiamato in varie città del mondo a realizzare fontane, anche di molti metri (dai 10 ai 23 metri), giù fino ai 100 metri delle 7 vasche in marmo rosso di Asiago e granito rosso cinese dell’isola pedonale Le vie dell’acqua, opera davvero unica nel suo genere, realizzata in Giappone nel 1999-2001 nella città di Miyakonojo.

Giorgio Di Genova

 

ARTISTI IN MOSTRA

PAUL CRITCHLEY

SERGIO FLORIANI

YOSHIN OGATA

MARIA CAMILLA PALLAVICINI 

MARIO SURBONE