OTTAVO QUINTETTO D’ARTE – DEL 25 MAGGIO 2020

La produzione degli artisti va distinta grosso modo in due filoni: quello di coloro che, trovato il proprio ubi consistam, s’attestano su un linguaggio e quello di coloro che, per irrequietezza interiore, utilizzano diversi linguaggi, cosa che li fa apparire linguisticamente nomadi (e dico “apparire”, perché in realtà ogni artista mutatis mutandis fa sempre la stessa opera). I primi si connotano come monocordi, i secondi come ricercatori del proprio aurum espressivo, ma a chi sa leggere al di là delle apparenze, risulta chiaro che nelle tappe alle stazioni del loro percorso, è sempre il medesimo treno che arriva e passa.

In questo quintetto, come nei precedenti, sono rappresentati ambedue i versanti, per cui potremmo, di massima, dire che Cortese, Stramacchia e De Palma appartengono al primo versante, mentre Rea e Sardano al secondo.

Il pugliese Franco Cortese nel 2004 è confluito nel Movimento Madì, per logica conseguenza del suo lavoro. Nei suoi ferri dipinti egli s’ispira all’origami giapponese, per ottenere una continuità degli sviluppi dei piani, delle liste e dei nastri che in unica opera si articolano, ora frontalmente ed ora nello spazio, con avvolgimenti su sé stessi, sempre con uno studiato contrappunto cromatico atto a evidenziare gli scarti della composizione.

L’altro pugliese Teo De Palma si colloca su un piano opposto, sia col lirismo cromatico delle sue opere ad acquarello, colori vegetali e pastello, che col suo iconismo costellato da dettagli trompe-l’oeil, nella fattispecie le gocce d’acqua, che certo potremo interpretare come condensazioni del suo respiro leggero che s’aggira tra gli ordinati meandri floreali. Le sue opere sono espressione di delicate fantasticazioni, le quali talvolta si scontrano con la realtà, per cui gli diviene necessario rafforzare le cromie con la tempera e il disegno con la matita, com’è nel più recente Paure d’ombre e di silenzi, lavoro che tuttavia è anch’esso imperlato di gocce.

Con il lombardo Edoardo Stramacchia passiamo a tutt’altro discorso, addirittura con sostrati disneyani, dacché ha iniziato a ritagliare strisce di fumetti con Topolino e/o Paperino per creare personali strips pittoriche, in virtù degli interventi di macchie cromatiche sulle nuvolette e sui personaggi, per cancellare le scritte e per far divenire i personaggi uniformi ritmiche cromatiche. La macchia, del resto, è stato un leit-motiv della pittura di Edoardo, leit-motiv che s’è sviluppato vieppiù fino ad oggi, ma che già nel 2010 – anno in cui tenne una personale a Roma presso il Museo Crocetti – mi fece parlare nel presentarlo di “macchia-campitura”, spingendomi alla seguente associazione al suo cognome, che vale ancor oggi: “E, per la nota norma nomen/numen, poteva essere diversamente per uno che si chiama Stramacchia?”.

Per quanto riguarda l’altro versante, non c’è bisogno di sottolineare il nomadismo linguistico del ciociaro Fernando Rea, come le tre opere qui proposte dimostrano ad abundantiam. Esse infatti passano dal linguaggio tribale della prima opera all’accensione cromatica del secondo dipinto, in cui si possono cogliere, ma riveduti secondo un’ottica personale, suggestioni di Aldo Turchiaro anni Sessanta, per giungere infine al discorso in cui si coniugano pop (le figure femminili riprese dalle copertine di rotocalchi) ed informale (il gestuale dripping con cui vengono “sfregiate”). E manca il periodo della serie alchemica dei Rebis, che per le sue doublures mi fece cooptarlo nelle mie mostre della Narciso Arte.

Stesso discorso si può fare per Vito Sardano, altro pugliese, il quale ha portato alle estreme conseguenze il polimaterismo, avviato nel 1912 dal Manifesto tecnico della scultura futurista di Umberto Boccioni, come in molte altre occasioni ho avuto modo di ricordare. Se il polimaterismo, poi portato avanti da Prampolini, è stato una prerogativa dell’arte del ‘900 – in cui pittura e scultura sono divenute onnivore, appunto sulla spinta rivoluzionaria del Futurismo – Sardano è andato ben oltre. Infatti, dopo aver attraversato un territorio memore del cubofuturismo, ha cominciato a reificare i suoi quadri, inserendovi elementi ed oggetti del suo lavoro di provetto progettista industriale, svolto all’estero per molti anni. Con una particolarissima inventività ha saputo riciclare tali elementi in composizioni ben orchestrate e davvero uniche, nel panorama dell’arte contemporanea. E via via è andato oltre al Futurismo per giungere a realtà cosmiche, popolate da extraterrestri, com’è nel suggestivo ambiente qui riproposto, che su mio invito espose a Vibo Valentia in una edizione del Premio Lìmen Arte.

Da provetto progettista industriale egli è riuscito a rappresentare anche quest’invasione di extraterrestri dotati di armi con intermittenti luci rosse. Non c’è che dire. Con l’arte si possono attuare quei viaggi che l’uomo da tempo sogna di fare. E noi lo abbiamo potuto realizzare metaforicamente in questo quintetto, che è un viaggio artistico, come lo sono tutti stati gli altri in precedenza realizzati.

Giorgio Di Genova

 ARTISTI IN MOSTRA

FRANCO CORTESE

TEO DE PALMA

FERDINANDO REA

VITO SARDANO

EDOARDO STRAMACCHIA