NONO QUINTETTO D’ARTE – DEL 1 GIUGNO 2020

 

Nell’arte diverse sono state le coppie ed in genere le donne sono sempre passate in secondo ordine, anche quando magari erano più valide del marito, come è stato per Sonia Delaunay, senza nulla togliere all’importanza storica di Robert, per quanto riguarda il Cubismo orfico. Se altrettanto non è accaduto a Sophie Taeuber-Arp, moglie di Hans Arp, non è stato così per Lee Krasner, moglie di Jackson Pollock, ed altre. Chi conosce Leonora Carrington, moglie di Max Ernst, o Elaine Fried, moglie di Willelm de Kooning?

Certo ci sono artiste note al grande pubblico più del marito, ma per altri motivi extrartistici, com’è Frida Kalho rispetto a Diego Rivera, mentre, per venire a Roma, Carla Accardi lo è artisticamente senza dubbio più del marito Antonio Sanfilippo, il quale, cacciato da casa, morì investito da un’auto dieci anni dopo. Ma da noi non a tutte le artiste sposate ad artisti hanno avuto la medesima sorte. Tanto per fare un esempio la dotatissima pittrice Valeria Vecchia restò sempre in secondo piano rispetto al marito Lino Bianchi Barriviera, il quale da un certo momento in poi, addirittura si rifiutò di partecipare alle mostre in cui esponeva lei. Di tale obnubilamento ho avuto io stesso contezza nel periodo in cui mi documentavo per scrivere la mia Storia dell’arte italiana del ‘900, nella fattispecie a Milano, nel corso delle visite agli artisti per Generazione primo decennio.

Il giorno in cui era andato a visitare Franco Grignani, dopo essere stato alcune ore nel suo studio a parlare con lui, a vedere sue opere di diversi anni ed a scegliere foto e cataloghi a me utili, uscendo nel corridoio scorsi una serie di quadri evidentemente non di Grignani, appesi alle pareti. Sembrandomi opere valide, chiesi di chi fossero e Grignani mi rispose: “Sono di mia moglie, la prossima volta glieli faccio vedere”. Ovviamente non ci fu “la prossima volta”, per cui non potei neanche sapere il nome della moglie, che appresi solo molti anni dopo essere Jeanne Michot. Questa premessa mi è sembrata necessaria per introdurre il presente quintetto, nel quale ho voluto proporre due coppie di artisti, una di Roma ed una di Catania, più un’artista rumena per completarlo.

La coppia di Catania è formata da Francesco Grasso ed Elena Frazzetto, ambedue (ma più Francesco che Elena, per ragioni che sarebbe troppo lungo qui spiegare) miei allievi nel periodo d’insegnamento all’Accademia di Belle Arti etnea. Catania sorge ai piedi dell’Etna, il maggiore vulcano d’Europa, che nell’eruzione del 1669 distrusse gran parte della città (si salvò solo via dei Crociferi, che è oggi testimonianza della città barocca). Elena ha eletto a protagonista della sua pittura proprio l’Etna. Anche lei, come Francesco, ama le tavolozze vivaci, anche se talora ne ammorbidisce le tonalità con interventi di bianco. Così è in un paio di opere qui proposte, anche se nell’opera sul Covid19 in basso, l’esuberanza cromatica torna ad affacciarsi. La pittura di Elena è sostanzialmente paesisticamente contemplativa, a differenza di quella di Francesco, che è molto più narrativa. Egli, infatti, ama agglomerare più aspetti in una sola opera, con i più disparati riferimenti tra memoria e realtà, con una forte tendenza ad una visione dialettica e nel contempo multipla. Talvolta si avventura in soluzioni dinamiche, affidate, com’è nel caso del dipinto con i voli di rondini, contraltare di quelli rettilinei del Balla futurista e non solo per il riferimento al perfido Covid19.

Su altro piano, o meglio piani, si collocano le opere di Roma, formata da Lina Morici e Mario La Carrubba. I loro discorsi sono del tutto opposti. Quanto è atmosferico e ricco di trasparenze del colore, sempre terso e orchestrato da soluzioni geometriche, il discorso di Mario, altrettanto è fiabesco e dettagliatissimo narrativamente quello di Lina. L’uno appartiene al versante della pittura aniconica, con forti memorie concretiste e atmosferico-spaziali, l’altra al versante dell’arte naïve, portata avanti con una vena fabulatoria che si ispira per lo più a Roma, di cui ci restituisce delle particolari visioni pulite e illuminate bene, ma viste (e stavo per scrivere corrette) dalla sua immaginazione fantasticante. I dipinti di Mario fanno volare lo sguardo, quelli di Lina lo fanno passeggiare incantato, sia per le scene che per le ardite sorprese degli inventati accostamenti di differenti angoli della capitale.

A Roma torniamo con Luminiţa Ţāranu, la quale in Romania, ha avuto uno straordinario periodo sperimentale, nel quale declinava diverse soluzioni linguistiche ed esecutive su un unico tema, ad esempio la mucca. Una volta stabilitasi in Italia, nella fattispecie a Monte Porzio Catone, ha esteso al colore le soluzioni delle sue immagini iterate, com’è per le sagome del cowman. In questa opera è passata alla reificazione dell’immagine, come poi ha fatto in altre, tutte propedeutiche al suo lavoro più importante, cioè quello dedicato alla Colonna Traiana. Ovviamente l’interesse per la Colonna Traiana è riconducibile alla storia della sua patria, dato che in essa è riprodotta la storia delle campagne delle guerre di Traiano contro i Daci, individui che popolavano il territorio ora in gran parte della Romania. Luminiţa è un’artista che non ama il quadro da cavalletto, piuttosto predilige realizzare opere collegate tra loro da una tematica, ed è per tale motivo che, dopo altre esperienze, è giunta (in seguito a molti lavori preparatori) a rileggere con i propri strumenti la Colonna Traiana, srotolando, è proprio il caso di dire, la sua rilettura in un’opera in alluminio di circa 13 metri, sulla quale ha fissato le sue interpretazioni della Colonna Traiana, intitolandola appunto Columna mutatio – La spirale, che ovviamente non poteva che essere esposta ai Mercati Traianei di Roma, come appunto è stato, come la foto di Sebastiano Luciano documenta.

Giorgio Di Genova

ARTISTI IN MOSTRA

ELENA FRAZZETTO

FRANCESCO GRASSO

MARIO LA CARRUBBA

LINA MORICI

LUMINIŢA ŢĂRANU