Chi Siamo

In questi tempi difficili per ogni individuo e per la comunità, a causa della pandemia in corso, tra le tante situazioni messe in quarantena assieme a noi ci sono le attività culturali. Tra queste le mostre d’arte sono interdette, anche quelle già aperte, come quella su Raffaello, per cui vengono privati dell’arte sia gli artisti sia gli appassionati d’arte.

Ė per tale ragione che, in accordo con Carla Guidi, abbiamo pensato di avviare una serie di mostre online, sotto la mia personale supervisione, con il titolo Quintetto d’arte. Ogni settimana sono quindi proposti 5 artisti di differente linguaggio, stile e tecnica, ciascuno con tre opere e opportunamente accomunati in modo da evidenziare la realtà dell’arte contemporanea.

 SAPER VEDERE

… e interpretare. Da oltre un secolo, cioè da quando l’artista è divenuto il committente di se stesso, s’è creata una frantumazione del linguaggio, sia in senso generale  che individuale. In altri termini ciascuno si è espresso in modo personale, per cui s’è determinata nell’arte contemporanea una sorta di babele di espressioni, spesso difficili da intendere.

Con Non mi indurre in tentazione, 1969-1977 (marmo e pelliccia, cm. 110 x 34 x 90), scultura di Novello Finotti (Verona, 1939), artista dotato di grande immaginazione metamorfica associazionistica, che è stato 3 volte alla Biennale di Venezia, voglio iniziare una serie di proposte di arte, in modo da stimolare transfert utili a sollecitare letture personali, sicuramente interessanti nella dialettica delle singole letture, anche per il sottoscritto.

Giorgio Di Genova

 

ONTOGENESI FEMMINILE DELLA SCULTURA FITTILE E DELLA PITTURA

Didascalia dell’opera: Yang Sil Lee, 2016 Senza titolo, terracotta policroma

Volendo affrontare una precisazione sull’ontogenesi femminile della scultura fittile e della pittura, ho creduto opportuno proporre un’opera di una donna. Dopo alcune perplessità, ho deciso di scegliere quest’opera della scultrice sudcoreana Yang Sil Lee, che in passato ebbi a definire “la Penelope della terracotta, con la differenza che non distrugge di notte ciò che tesse di giorno, come faceva la moglie di Ulisse”. Il riferimento non è del tutto fuori luogo, perché anche Yang Sil, sovrapponendo i suoi “fili” in terracotta, intesse opere plastiche, che talora evocano coppie di personaggi.

Nei miei studi ho appreso che è il Femminile all’origine della scultura fittile, come appunto ribadisce Erich Neumann nel suo La Grande Madre. In esso egli, oltre a elencare le numerose attività create dal Femminile (cibi cotti, profumi, abbigliamenti, bevande inebrianti, ecc.), cita Robert Briffault: “L’arte della ceramica è un’invenzione femminile. Il vaso originario era una donna. Presso tutti i popoli primitivi l’arte della ceramica si trova nelle mani femminili”.

Lo stesso Otto Rank nel suo Il trauma della nascita, ribadisce che la radice dell’arte è proprio “la riproduzione autoplastica del ‘recipiente’ primitivo” (= ventre materno). E diversamente non poteva essere nel periodo del Matriarcato, ovvero della ginecocrazia o, per dirla con Johann J. Bachofen, del Mutterreich. Che poi con l’avvento del Patriarcato la maggior parte delle donne (con le consuete eccezioni tipo le figlie d’arte, come Artemisia Gentileschi e Plautilla Bricci, che fu anche “architettrice”, ed altre) siano state estromesse dalle pratiche dell’arte, è fatto ormai noto, come pure che per questo passaggio epocale le divinità femminili, da superne, sono state rese infere e sostituite da quelle maschili.

Tuttavia numerose sono le persistenze dell’assetto matriarcale nella storia e nella mitologia dei popoli, come è nell’India e nella mitologia greca: le 9 Muse del Parnaso, poi dopo l’avvento del patriarcato sopravanzate da Apollo. Tra i tanti miti va ricordato quello dell’Amazzonia relativo alle stoviglie dipinte, riportato da Claude Levi-Strauss nel suo Il crudo e il cotto. In esso si narra di una giovane sposa che non sa forgiare né dipingere le stoviglie, per cui le altre donne la sbeffeggiano, così che ella si deve rivolgere ad una anziana donna (la suocera?) per farselo insegnare.

Quindi anche la pittura era in origine un’attività femminile. E ciò che lo conferma inconfutabilmente è quanto scrive in Artisti in bottega Ettore Camesasca a proposito delle ricette per la pittura, che “fino al XV secolo accennano all’orina umana come diluente (talora specificandone le relazioni col sesso e l’età, con lo stato verginale e o i mestrui)”.

Giorgio Di Genova

Giorgio Di Genova

UNO SPAZIO SIMBOLICO

 Il virus ci ha sorpresi immersi nella trappola dell’ipermoderno, uno schiacciamento tra la memoria del passato e progettualità futura, annegate entrambe nell’ipertrofia del presente. Adesso invece che il tempo si è stranamente dilatato, dobbiamo riflettere su chi siamo. Lo stesso Freud, nello scritto Il poeta e la fantasia; J. Lacan quando tratta dell’arte come “organizzatrice del vuoto” oppure D. W. Winnicott sulla creatività come esplorazione di uno “spazio transizionale”, hanno individuato negli artisti la capacità di navigare nelle acque profonde dell’inconscio per poi riemergere con un messaggio originale che conserva la dimensione dello spazio e del movimento, storicizzato nel tempo della società a cui si riferisce, ma anche, sorprendentemente, che anticipa eventi epocali ed anche concetti innovativi della dimensione scientifica.

Ci uniamo al proponimento per una vera mutazione, una emancipazione della mentalità umana più idonea alla sopravvivenza del nostro Pianeta, poiché siamo in una società democratica solo in virtù del nostro essere morali e disposti a prendercene l’onere e la responsabilità, con cura e leggerezza, poiché l’atto morale è l’antitesi del potere e della sua logica violenta. E’ questa debolezza, questa arrendevolezza a permetterci di creare lo spazio simbolico dove hanno origine i linguaggi e le loro trasformazioni nel tempo, ad opera soprattutto degli artisti e dei poeti.

 Carla Guidi